Andrea Pavan: vinco stilando liste

Se ancora non lo sapete, sul potere benefico dello stendere liste esiste un’ampia letteratura. Poco importa che tu sia l’influente CEO di una multinazionale, o la classica casalinga di Voghera: dicono che in ogni caso scrivere l’elenco delle cose da fare serva a riordinare le idee, a stabilire le priorità, a organizzare il tempo e a mettere il boost alla propria autostima.

Ora: fino a oggi non esisteva una precisa casistica sul tema nel campo del golf, ma da quando lo scorso agosto Andrea Pavan ha conquistato a Praga il Czech Masters proprio grazie alla sua nuova abitudine di stendere liste prima di ogni torneo, in futuro sul Tour Europeo potrebbe essere tutto un fiorire delle cosiddette “To Do List”.

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“E’ un’abitudine che mi ha consigliato il mio nuovo coach Corey Lundgren –spiega al telefono Pavan-. Sono arrivato da lui a fine 2016, quando la mia fiducia rasentava lo zero dopo una pessima stagione sul Challenge Tour, ma, grazie a lui, piano, piano, sono riuscito a cambiare swing e mentalità”.

In che senso?

“Innanzi tutto, Corey mi ha insegnato a giocare con quello che ho in quel giorno. A non intestardirmi a forzare dei colpi se non li sento. A essere in grado di tenere la palla in gioco anche quando non sono in possesso del mio swing migliore. E poi… e poi, a volte, in campo avevo brutti ricordi e queste memorie compromettevano la riuscita dei colpi. Oggi sono in grado di contrastare questi pensieri negativi perché tecnicamente ho capito i motivi per cui faccio un determinato colpo quando sbaglio”.

Fin qui, la parte tecnica. E invece su quella mentale dove è stato il miglioramento?

“Il cambiamento è arrivato improvviso, all’inizio di questa stagione, dopo un unico drive perfetto tirato in condizione di grande stress in Australia, in una buca che detestavo e col vento da sinistra che poi è quello che noi pro non amiamo. Sono riuscito per la prima volta dopo tanto tempo ad andare sul battitore della 18 e a tirare un teeshot puro. Ed è stato un sollievo, un riconoscimento di tutto il lavoro che stavo facendo. E da lì ho provato a tenere sempre chiara quella situazione mentale”.

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E cosa c’entrano allora le cosiddette liste?

“Come dicevo prima, arrivavo da due/tre di stagioni davvero dure, nelle quali in più occasioni mi sono ritrovato senza certezze circa il mio futuro. È inevitabile che in campo fossi immerso in pensieri negativi. Ma purtroppo non è che puoi prendere tutte queste brutte sensazioni, metterle in una scatola, nasconderla in uno scantinato e dimenticartela. Certi pensieri erano dentro di me e mi rovinavano lo score. In questo senso scrivere le liste delle cose da fare mi ha pulito la mente. La stendo prima di ogni torneo e vi elenco tutto ciò che concerne la prova campo, le tendenze che ho, come vanno tirati i tee shot e cosa posso fare per migliorare. In questo modo, tutta la preparazione alla gara è più ordinata e questa maggiore focalizzazione fa sì che io mi conosca meglio, mi senta più preparato e che soprattutto la pratica sia più funzionale”.

Che significa?

“Le faccio un esempio. A Praga, dove ho vinto, il campo aveva tanti colpi al green dalle 90 alle 130 yard. Il giorno prima del torneo ho fatto una lunghissima sessione di allenamento solo con i wedge. Al contrario, la settimana prima in Svezia si tiravano ferri più lunghi, per cui al campo pratica ho lasciato i wedge in sacca. Diciamo che stendere le liste ti porta inevitabilmente a un allenamento più finalizzato”.

E alla fine, secondo lei, tutto questo lavoro in che modo l’ha portata a vincere il Czech Masters?

“Beh, innanzi tutto va detto che nel nostro mestiere esistono delle settimane in cui arrivi al torneo e come per magia leggi perfettamente le linee in green. E ovviamente questo è proprio ciò che è successo a Praga. Ma poi direi che sono arrivato a quell’ultimo giro sapendo che mi sarei dovuto guadagnare tutto. E che forse, visto il mio passato, sono ben abituato a farlo. E poi c’è ancora un’altra cosa…”

Quale?

“Dopo due buche ero già in ritardo su Harrington che era passato in testa e alla 9 avevo addirittura 3 colpi di svantaggio. Ecco, col senno di poi, mi lasci dire: meglio così, perché mi è toccato restare aggressivo senza avere il tempo di compiacermi di dov’ero. Invece sono stato costretto a restare solido, sia per mantenere il secondo posto, sia per guardarmi da chi arrivava da dietro. E alla fine, io Harrington non l’ho davvero mai guardato”.

Davvero mai?

“Ok, una volta sola. Alla 17, dove abbiamo entrambi tirato un secondo perfetto all’asta. Mentre mi avvicinavo al green, vedevo due palline nei pressi della buca e per tutta la camminata ho pregato che la mia fosse quella più vicina. E grazie a Dio così è stato: ho segnato il birdie e poi alla 18 sono rientrato nel mio mondo e ho tirato un teeshot perfetto, chiudendo di fatto il torneo”.

E il giorno dopo, che effetto le ha fatto vedere la coppa?

“Mah… il lunedì mattina ero a Madrid dopo un lungo volo notturno. Mi sono svegliato e il trofeo era lì, nel letto, accanto a me. Ho aperto gli occhi, l’ho visto e mi sono detto: allora è vero!”

 

(da Golf & Turismo, ottobre 2018)

 

 

 

Comments

1 commento
  1. posted by
    Luca58
    Ott 13, 2018 Reply

    Quest’anno Andrea Pavan ha giocato ad alti livelli, praticamente senza pause. Giocando anche le finali della Race to Dubai finirà il 2018 ampiamente dentro i primi 100 del WGR. Un grande risutato che in prospettiva futura va ben oltre la vittoria nella Repubblica Ceca. Davvero complimenti!

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