Rory, alla ricerca della leggerezza perduta

La storia ci ha insegnato che, nella maggior parte dei casi, cercare di conquistare il Masters è come cercare di catturare fiocchi di neve che si sciolgono nelle mani: una sensazione di felicità e possesso che dura un istante prima di sparire per sempre.

Lo sa benissimo Rory McIlroy, che, alla vigilia della 101° edizione del Pga Championship, sbarca sul mostruoso percorso del Bethpage Black ancora una volta senza una giacca verde appesa nell’armadio: al titolo di campione di Augusta è andato vicinissimo tante volte, soprattutto nel 2011, ma altrettante volte si è lasciato sconfiggere, prima che dagli avversari, da certi demoni interiori che gli balzano fuori dalla sacca quando per lui sembra arrivato il momento decisivo per chiudere la partita.

“Rory ha un talento immenso – spiega Chubby Chandler, il manager che l’ha praticamente tenuto a battesimo sui circuiti mondiali professionistici- ma non è un lottatore: quando là fuori le cose si fanno complicate, lui sparisce”. E, in effetti, a pensarci bene, in più occasioni proprio l’Augusta National ha svelato questa propensione del nordirlandese a darsi alla macchia quando il gioco si fa duro: nel 2011, quando nelle ultime fatali 9 buche del torneo fu letteralmente disastroso, ma pure nel 2016, quando fu piegato dal carisma di Jordan Spieth, e, ancora, nel 2018, quando, nel tee time finale, più che protagonista, Rory è sembrato un semplice spettatore del gioco di Patrick Reed.

Come se patisse l’enorme pressione che inevitabilmente si crea sulle sue spalle e cercasse dunque di scrollarsela di dosso, nei frangenti di lotta accesa, a differenza per esempio di Tiger Woods, McIlroy pare logorarsi in fretta, assumendo atteggiamenti da perdente quando invece avrebbe ancora la possibilità di essere un facile vincente.

È stato così per tutto il 2018; è stato così al Masters 2019, dove pure era arrivato forte di una prima parte di stagione straordinariamente solida, con una vittoria pesante al The Players, e con delle statistiche spaziali che lo ponevano praticamente al primo posto in ogni settore del gioco da tee a green.

Eppure… Eppure, anche questa volta al Masters, il titolo che più di altri insegue per diventare il sesto uomo nella storia del golf a centrare il Grande Slam della carriera, il nordirlandese è sparito dai radar dei guardoni delle cose del green.

“Non penso più solo a questa settimana –ha spiegato ad Augusta un McIlroy in fase Zen- penso invece che quello che ho intrapreso sia un viaggio lungo una vita intera, un viaggio nel quale devo solo cercare di migliorare e perfezionare la mia arte, che si chiama golf”. E poi ha continuato: “Gli score migliori arrivano quando meno pensi a fare poco in campo. E comunque ho capito che non sono i punteggi buoni a definirmi come uomo: come tale, sono un continuo work in progress. Posso solo focalizzarmi su me stesso”.

Giusto focalizzandosi su se stesso e sul proprio comportamento e non sul risultato immediato, nel 2019 McIlroy ha iniziato a intravedere segnali incoraggianti sul green: “Ho imparato a giudicare la bontà di un putt non dal fatto se entra in buca o meno, ma dalla qualità della routine che eseguo prima del colpo, visto che quella è l’unico aspetto che posso controllare”.

Morale, il ragazzo che ha vinto quattro major, un The Players e quindici titoli del Pga Tour, il ragazzo che ha siglato contratti di sponsorizzazione per centinaia di milioni di euro, ci sta dicendo che si è fatto uomo: alla soglia dei 30 anni e al decimo anniversario della sua prima vittoria sul Tour, con un solido matrimonio in cantiere e un solidissimo conto in banca, Rory McIlroy ha deciso di non voler più giudicarsi e, soprattutto, essere giudicato, in base alle sue performance, ma in base al suo essere come persona. Ci sta insomma dicendo che non ha più intenzione di considerare il golf (e soprattutto Augusta) come una questione di vita o di morte, ma piuttosto come un momento di leggerezza da dedicarsi all’interno di una vita frenetica. Perché il ragazzo che si è fatto uomo sa benissimo che spesso e volentieri ciò che iniziamo considerandolo uno svago, diventa poi molto più complicato di quanto avremmo mai potuto immaginare. E siccome questo è esattamente ciò che gli è successo con il golf, ha voglia di tornare alla spensieratezza dei suoi esordi sul Tour. Non sa però, McIlroy, che con il tempo la leggerezza dell’essere si fa insostenibile. E che questa è la regola numero uno della vita di ogni essere umano, figuriamoci per un campione come lui.

(da Golf & Turismo, maggio 2019)

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